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Inizio e fine vita. Da dove veniamo? Dove andiamo?

Foto: Adobe Stock/ acorneli
« Se la morte può avere qualcosa di spaventoso, è perché qui essa è vista come una sorta di dissoluzione, come una fine. Dall'altra parte, dalla parte del mondo spirituale [...], essa si mostra come l'evento più grande, più magnifico, il più importante. [...] È lì che si accende quel che è la nostra coscienza dell'Io dopo la morte. »
Rudolf Steiner

La nascita e la morte ci costringono a porci delle domande sulla natura umana: « da dove vengo? » e « dov'è che vado? ». La risposta al giorno d'oggi sembrerebbe facile: la concezione o nascita e la morte delimitano una durata di vita priva di antecedenti o postumi. Tale posizione, spesso indicata col termine di 'relismo', si lascia ridimensionare dalle numerose esperienze fatte da persone che sono state vicine alla morte, ma anche da quelle di genitori che hanno felicemente vissuto la nascita di un loro bambino. La parente di un defunto disse una volta: « Anche se credo ad un seguito della vita dell'uomo dopo la morte, ho pur sempre dubbi ricorrenti. Ma mi stupisco della certezza con cui i 'realisti' non mettono mai in dubbio la loro idea che la vita umana sia limitata ». Per incontrare l'elemento umano con dignità e per condividere le testimonianze dell'esistenza oltre la morte e di un'esistenza prenatale, bisogna essere aperti e non si può incominciare prevenuti. Il celebre chirurgo e inventore dell'anestesia per infiltrazione, Carl Ludwig Schleich (1859-1922, un contemporaneo di Rudolf Steiner) riguardo all'origine e al futuro del bambino parla in una breve poesia di due momenti velati

« Tra due tempi coperti da un velo
Sta il giovane presente
I bambini sono l'immortalità
Che l'amore rivela ».

Porsi delle domande su questi tempi velati, vale a dire 'da dove' e 'verso dove' andiamo, viene spesso visto come qualcosa di 'filosofico' e di poco concreto. Eppure proprio nelle situazioni più difficili della vita ci accorgiamo di quanto proprio da tali domande dipendano le decisioni etiche, la ricerca del senso dell'esistenza, le questioni legate alla conoscenza di sé stessi e la dignità umana.

Sull'addio: l’accompagnamento delle persone in fin di vita

Quali sono i messaggi che ci possono arrivare dall'accompagnamento delle persone in fin di vita? Che cosa si rivela attraverso di loro? Spesso sono i vivi a chiudere gli occhi a chi muore, ma proprio chi muore può aprire gli occhi ai vivi per delle evoluzioni cruciali durante la fase finale e oltre – come dice un detto. Nella medicina palliativa conosciamo le sfide del fine-vita, ma anche la crescita interiore dei pazienti: possiamo vedere nel loro sguardo e nelle loro parole le esperienze di vita che hanno vissuto e sopportato. La conoscenza si è trasformata in saggezza e può così portare luce sulle vicende della vita, luce matura che rischiara gli uomini uno dopo l'altro. Le relazioni interpersonali prendono spesso un'altra qualità: quando noi, personale medico, vediamo come un amico dia l'ultimo saluto ad un morente, l'amore che li unisce diventa immediatamente percepibile. Accanto a questa luce matura possono irraggiarsi anche il calore e l'amore. E infine sono proprio i morenti ad avere un'influenza decisiva sulle persone intorno a loro e ad arricchirne la vita. Numerosi pazienti hanno parlato di ispirazioni decisive, che hanno dato forma alla loro vita, e delle quali si sono sentiti debitori ai loro familiari venuti a mancare. «Ho sempre potuto chiedere consiglio alla mia madre defunta, ed ella mi ha sempre risposto», dice un paziente con un cancro alla prostata. Così, al momento di morire, incontriamo una luce raggiante, amore e gratitudine, spesso, e comunque ogni volta la fiducia nella vita e nel suo senso.

Nel corso del tempo, molti hanno testimoniato sulle esperienze spirituali fatte in prossimità della morte. Conosciamo le cosiddette 'visioni sul letto di morte' e la 'finale chiarezza spirituale', così sorprendente in quei pazienti colpiti dalla 'demenza', e le esperienze di morte imminente, note da secoli (e che comunque non si manifestano solo in esperienze vicine alla morte). I morenti vivono l'incontro con una luce raggiante, che spesso descrivono come profondo amore e una sensazione di bene puro. Il libro dei morti della tradizione egizia viene anche chiamato più appropriatamente il libro 'dell'ingresso nella luce'. Un morente di cui ci siamo presi cura nelle nostre strutture diceva un attimo prima di spegnersi: «Vedo la luce, sono del tutto nella luce». Tale luce non proietta alcuna ombra, ma accoglie piuttosto i morenti con un amore profondo. Chi ha vissuto un'esperienza di morte imminente perde ogni paura della morte e acquista una conoscenza diretta di una forma di esistenza oltre la morte e una convinzione interiore dell'importanza della vita incarnata, che non tollera alcun intervento manipolativo che accorci la vita.

Riassumendo: luce, amore e vita sono in qualche modo i 'tre re magi' nella nostra relazione con l'altro e in particolare con i malati e i morenti. Ne facciamo l'intensa esperienza alla soglia della morte e allo stesso tempo essi rappresentano delle mete di sviluppo personale, che ci liberano dalle ristrette necessità della nostra vita e fanno di noi pienamente degli esseri umani.

« Immortalità-Innatalità. Chi capisce entrambe, capisce l'eternità »15)

 

Sull'arrivo: ricordi della vita prenatale

Luce, amore e apertura verso la vita accompagnano anche l'altra soglia velata della nostra biografia, la nascita: una nuova vita comincia ed essa può letteralmente vedere la luce del mondo. Provenendo dall'oscurità dello sviluppo embrionale, nel quale sentono molto senza nulla vedere, gli occhi si aprono alla luce del giorno. L'amore per il bambino si sviluppa spesso durante la gravidanza e intorno alla nascita. Alcune mamme raccontano di aver come vissuto l'arrivo del bambino a partire dalla fase prenatale, a volte anche il suo nome. L'amore per l'essere umano orientato al futuro si accende in questi casi molto presto. E poi, con la nascita, una nuova vita comincia sulla terra. Luce, amore e vita sono anch'essi legati alla soglia della nascita, me vengono vissute anche nelle esperienze spirituali dei bambini.

Luce, amore e vita sono come i 'tre re magi'

Così, nel frattempo, conosciamo non solo le esperienze prossime alla morte degli adulti, ma anche quelle dei bambini con ricordi di una vita precedente alla nascita, sulle proprie origini. Un bambino di tre anni ha per esempio raccontato alla madre: «Sono stato con te già una volta, ma non potevo rimanere con voi». La madre aveva avuto tre anni prima dei gemelli, uno dei quali era morto tre giorni dopo la nascita, e solo l'altro bambino aveva potuto sopravvivere. Sono numerose le testimonianze di esperienze prossime alla morte dei bambini con ricordi di un tempo prenatale.

Venire dalla periferia – Andare verso la periferia

Per quanto la nascita e la morte siano opposte, hanno anche molto in comune. Quando un bambino nasce, contemporaneamente muoiono le quattro membrane embrionali che lo avvolgevano. Da questo punto di vista, la placenta è la prima spoglia che l'uomo lascia dietro di sé alla nascita. All'altra estremità della vita, specularmente, vediamo il corpo morente e anche una nascita interiore, che si manifesta nei passi dello sviluppo personale. In ogni nascita c'è una morte, in ogni morte si manifesta anche una nascita. «Quando uno spirito muore, diventa un uomo; quando un uomo muore, diventa spirito», nelle parole di Novalis. Ad un'osservazione più attenta non sfuggirà che l'essere del bambino viene come dalla periferia e si lega al suo corpo. Anche l'embriologia comincia con i tessuti di rivestimento, formando poi la struttura del corpo 'nel centro'. Con il neonato possiamo percepire il suo essere come se riempisse lo spazio e non fosse del tutto unito al suo corpo. Ma anche in chi sta per morire riconosciamo questa unione con l'ambiente: a volte sembra guardare lontano e nella periferia, e non in sé stesso. Nel suo sviluppo, l'essere umano attraversa i passaggi di un 'da dove' e di un 'verso dove'. L'essere umano viene dalla periferia alla nascita per ritornare alla periferia al momento della morte.

Vita dopo la morte e vita prima della nascita

Carl Friedrich von Weizsäcker ha parlato delle molte morti e nascite nella biografia dell'essere umano: una fase della vita, per esempio l'infanzia, finisce, 'muore' prima che 'nasca' una nuova parte della biografia. Il tema del morire e della nuova nascita attraversa la vita umana e rivela sia una 'prenatalità' che un 'post-mortem' fra le diverse fasi della vita. Allo stesso modo nasciamo ogni giorno della vita e la lasciamo di nuovo al momento di addormentarci, per andare verso un nuovo giorno. Goethe allarga questa prospettiva e scrive: «L'anima umana è come l'acqua, dal cielo viene, al cielo ritorna, e di nuovo deve cadere sulla terra, in un ciclo eterno». Forse è questo il messaggio rispetto al quale i neonati e i morenti ci vogliono aprire gli occhi e che parla di quei tempi altrimenti coperti da un velo, la prenatalità e il post-mortem.

Dr. Matthias Girke, medicina interna, medicina palliativa, diabetologo MVZ, Anthromed Havelhöhe Berlin

Fonti (FR)

Fonti (DE)

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